1999. La “santa Innocenza” perduta

Dal primo numero de “il Rimino”

La “santa Innocenza” perduta
Riaffiorati (e subito sepolti) resti dell’antica chiesa demolita nel 1919

I lavori di sistemazione di via IV Novembre hanno portato alla luce resti (che non sono stati lasciati ‘a vista’, come invece era stato promesso) dell’antica chiesa di sant’Innocenza: di essa, in generale, la città sa molto poco, … se non nulla. Luigi Tonini, il grande studioso e storico di Rimini (vissuto tra 1807 e 1874), in uno scritto pubblicato soltanto nel 1975 da Ghigi editore con la cura di P. G. Pasini e con il titolo «Rimini dopo il Mille», ricorda, nel capitolo sul «Quartiere di Pomposo» (pp. 94-95), che questa chiesa parrocchiale era «dedicata ad una Santa nostra concittadina». Essa sorgeva nel lato in cui si trova il Tempio Malatestiano, di fronte alla via San Michelino in Foro, come si vede in una carta pubblicata dallo stesso Pasini (p. 84).
La chiesa è citata in documenti medievali del 996 e del 1144. Aggiunge Luigi Tonini: «Dai nostri Statuti [comunali] apprendiamo che a questa santa protettrice della città ogni anno il Comune offeriva un cero, e la sua festa era una delle solenni del paese».
C. F. Marcheselli («Pitture delle chiese di Rimino», 1754) ricorda che, secondo C. Clementini (autore di un testo apparso nel 1617 e 1627 con un titolo, «Raccolto istorico» talora deformato in un più facile «Racconto»), la chiesa di sant’Innocenza era stata edificata sopra «i fondamenti» di un antico tempio.
Nel 1745 la chiesa fu rifabbricata, come testimonia un articolo, apparso sulle «Novelle Fiorentine», di Iano Planco (l’illustre medico e studioso Giovanni Bianchi, la cui casa era lì vicino, all’inizio della via Al Tempio Malatestiano, lato monte). Per l’occasione venne alla luce una tegola romana col bollo «C[aius] Tullius Atisiani F[ilius] Faesonia»: è una cosiddetta «figulina» (od oggetto prodotto dal vasaio). Se ne parla ancora oggi (M. Biordi,«Bolli laterizi romani», in «Analisi di Roma antica, Storia e archeologia di un Museo», 1980).
Dalla «Cronaca», esistente nella Biblioteca Gambalunghiana, di Nicola Giangi (1746-1818), apprendiamo che la chiesa venne soppressa il 29 agosto 1797 durante il cosiddetto «governo francese» della nostra città. Nel 1809 essa veniva riaperta ad uso del vicino Seminario.
Nel 1893 Carlo Tonini, figlio di Luigi, in una «Guida illustrata di Rimini» (ripubblicata da Ghigi, 1995) riferisce di freschi lavori di restauro, aggiungendo: «Vi si contiene il corpo di questa Santa Martire concittadina. Nella cappella di destra è il busto del nostro G. B. Costa pittore».
Angelo Turchini, nel volume «Rimini medievale. Contributi per la storia della città» (Ghigi, 1992, pp. 115-116) ricorda la demolizione della chiesa, avvenuta nell’estate del 1919, per l’allargamento e l’abbassamento della strada (che allora era detta via Pàtara, dal nome dell’eresia medievale diffusasi anche a Rimini). La chiesa, che era un «monasterium», misurava metri 17 per 14. Inizialmente si presentava a tre navate.
Nello stesso 1919 «nel fare i fondamenti per il nuovo muro del Seminario, che fiancheggiava la via Pàtara, sono venute alla luce le fondamenta della vecchia chiesa col giro dell’abside più interno e più ristretto di quello […] demolito»: cosi si legge in un articolo a firma di mons. Michele Rubertini sul «Bollettino» diocesano riminese di quell’anno.
Turchini precisa: «Il comune festeggiava la santa come protettrice, offrendo doni nella ricorrenza annua (16 settembre, come a Bologna o a Vicenza) da portare alla sua arca, secondo un articolo degli Statuti del 1334. L’arca lapidea riappare nel 1919, con altri materiali, come annota mons. Michele Rubertini, allora rettore del Seminario» in un manoscritto conservato nel medesimo Seminario.
L’arca nel gennaio 1933 venne donata al Museo Civico. Tra il materiale scavato, scrive infine mons. Rubertini, ci furono «blocchi di marmo non lavorati» che furono portati al Municipio (nel 1919 in restauro dopo il terremoto del 1916), «per formare la base dei pilastri del portico e delle gradinate di accesso».
I resti della chiesa non sono stati lasciati ‘a vista’, come invece era stato promesso: ma sul nuovo pavimento stradale è stato ‘disegnato’ il luogo dell’edificio.
Antonio Montanari

Fonte di questa pagina: il Rimino n. 1. 10 settembre 1999.

1999. La “santa Innocenza” perdutaultima modifica: 2019-03-15T15:34:17+01:00da rimino
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