Tristi ricordi del dopoguerra

L’istituto Roberto Valturio
Il dramma incompreso dei reduci, una cinghia per cravatta

I personali ricordi di scuola hanno coinvolto numerosi lettori. I quali si sono messi in contatto con il sottoscritto, per raccontare altre cose sul «Valturio», aggiungere particolari e soprattutto aprire finestre nuove rispetto al mio discorso. Hanno pure esposto fatti legati a momenti molto più drammatici degli anni Sessanta su cui ho scritto.
Ho ascoltato il resoconto di un ritorno dalla guerra, di una famiglia da mantenere, di un impegno di lavoro da soddisfare quotidianamente, e di un’interrogazione per l’esame in cui era in gioco il diploma necessario a quel lavoro, e quindi a quella famiglia, ed alla sua sopravvivenza per riassumere tutto in una sola parola.
La magnanimità del docente fa realizzare una cortina di filo spinato rispetto all’esaminato, tende un tranello di inaudita eleganza. Si chiede al giovane quale opera avesse scritto l’amico napoletano del Leopardi. Nessuna risposta. Nessuna promozione. Segue un anno di frequenza obbligatoria. Come il lavoro che manteneva la famiglia di quel reduce di guerra.
Confesso: so chi è stato Antonio Ranieri (di lui si tratta), ma non ho mai appreso che cosa avesse scritto, non ce lo hanno mai chiesto nei durissimi interrogatori a cui Mario Saccenti, assistente di Ezio Raimondi al Magistero di Bologna, ci sottoponeva con un sorrisino perfido fatto di richieste mnemoniche, senza preoccupazione alcuna sul fatto che avessimo o no digerito quanto studiato. Saccenti (un nome, un destino) conosceva a memoria il manuale di Letteratura italiana del Sapegno. Pretendeva che noi gli esponessimo pari pari la nostra sapienza (ovvero tutto il Sapegno) per confermare la sua. Nessuno scarto era concesso nel discorso, altrimenti lui ci rimetteva sul binario «giusto» ordinandoci: «Ricominci dal principio». Ovvero dal fatto che il tal poeta era nato, lì, là o lassù. Anno Domini… etc.
Fortunatamente si poteva respirare e ragionare quando era il momento di passare «sotto» Raimondi per il corso istituzionale, ovvero per la parte fondamentale dell’esame. Che dava soddisfazione a chi se la meritava usando non soltanto i neuroni (spero siano loro) della memoria, ma anche un poco di capacità intellettiva (naturale e non gasata… come quella dei Saccenti di nome e di fatto).
Che cosa scrisse Antonio Ranieri? Per questo esistono le enciclopedie, non la cultura. Quindi lasciamo tutto nella nebbia della mia personale ignoranza che per fortuna non deve più fare i conti con quella altrui, essendo non più tempo d’esami scolastici (gli altri non finiscono mai…).
E poi, da un messaggio giuntomi via Internet, salta fuori il vezzo se non il vizio (stessa scuola, stesso immediato dopoguerra) di spiegare per un mese, e poi d’interrogare. Una sola domanda, o la va o la spacca.
Infine, la storia della cravatta obbligatoria al «Valturio» del preside Remigio Pian. Una madre risolse il problema con il buon senso delle donne e la costrizione della miseria. Disse al figlio di legarsi al collo la cintura dei calzoni. Soluzione pratica per situazione drammatica. Mancavano i soldi per il pane, figurarci se c’erano quelli per la cravatta.

Scrivere a monari@libero.it.
il Rimino – Riministoria

Tristi ricordi del dopoguerraultima modifica: 2006-06-07T12:26:01+02:00da rimino
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