09/02/2012

Forconi e forchette

tama1068.jpgTrent'anni fa la cronaca era questa: "Milano è da bere, l'Italia da rubare". Per vent'anni fa un titolo dice: "Politici corrotti". Cito da "La Patria, bene o male", libro di Carlo Fruttero e Massimo Gramellini (2010). Per il 2005 c'è un ritratto angosciante del nostro Paese, dove tutti oramai puntano esclusivamente alla ricchezza. Con mezzi più o meno leciti e grazie ad amicizie altolocate. I furbetti del quartierino sono protagonisti di un "mondo avido e indebitato che vive al di sopra dei propri mezzi". Insomma era appena ieri. Un ieri da non dimenticare oggi, quando non sappiamo più quali pesci prendere in un mare tempestoso che impedisce alle barche di uscire dai porti.
Mezzo secolo fa Giorgio Bocca raccontava da Carpi i padroncini della maglieria che assumevano ragazze in ufficio come ragioniere, triplicando i loro stipendi in sei mesi. Nel 1961 aveva descritto il ricovero milanese dei vecchi detto la Baggina come una ghiotta occasione per i politici. Vi facevano assumere amici per un breve periodo elettorale. Alla Baggina nasce poi lo scandalo di "Mani pulite": il suo presidente, un socialista, è arrestato con una mazzetta in mano. Comincia Tangentopoli, una moda dura a cessare. Nei giorni scorsi cronache nazionali e pagine locali raccontavano che in tutt'Italia c'è ancora troppa voglia di far soldi contro la legge.
Nel 1979, l'11 luglio, l'avv. Giorgio Ambrosoli diventa il simbolo di quanti credono ancora all'essere onesti. Lo assassinano per impedirgli di scoprire i segreti della Banca Privata Italiana. Due anni dopo tocca a Roberto Calvi, già presidente del Banco Ambrosiano. E nel 1985 a Michele Sindona avvelenato da un caffè in carcere, dove sta scontando l'ergastolo quale mandante dell'uccisione di Ambrosoli.
Negli anni 50 c'erano i forchettoni, quei politici che si sistemarono bene, preparando le future spartizioni dei bottini fra tutti i partiti. La moda degli affari attira le nuove forchette di oggi, mentre sembra fondamentale togliere ogni valore legale anche ai titoli di studio. Ne aveva parlato pure Luigi Einaudi 60 anni fa, criticando il nostro sistema scolastico perché troppo napoleonico. La questione riproposta adesso può suggestionare ad imitare i forconi siciliani in rivolta, quanti sono delusi dal sistema chiuso delle carriere di studio. Dove essere figli illustri conta più dei fogli scientifici prodotti e spesso pubblicati con la firma autorevole del cattedratico e non dell'autore. [Anno XXXI, n. 1068]

 Antonio Montanari
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il Ponte, settimanale, Rimini, 12.02.2012

 

11/05/2011

Si fa presto a dire Giro

tama1039.jpgUna città può passare alla storia anche con le cronache sportive. La firma è di un grande giornalista, Orio Vergani: "Alla sesta tappa, Fausto Coppi è fuori gioco. Cade nella Mantova-Rimini. Risale in sella. Ma nel pomeriggio, non può prendere il via in una minitappa dentro San Marino: una storta alla caviglia". È il 1956. A Rimini vince il romagnolo Pipazza Minardi.
Da Milano il 7 giugno 1955 Vergani ha scritto: "Nove anni or sono, quando il Giro riprese la sua marcia nell'Italia devastata dalla guerra, con le strade sconvolte, con i ponti crollati, con le città in macerie, con le mura crivellate dai proiettili e annerite dagli incendi, vedemmo gli stessi milioni di italiani, squallidi, sparuti, macilenti, vestiti in buona parte con gli avanzi delle divise di non so quanti eserciti, laceri come mendichi, infagottati in giubbe da paracadutisti, e con le donne, nelle giornate fredde, vestite con cappotti cuciti nelle coperte americane".
Fausto Coppi e Gino Bartali sono stati sino al 1956 gli assoluti protagonisti di un duello dalle tante facce, non soltanto sportive, tutto immerso nella storia di quegli anni. Ginettaccio è sulla bici al Tour de France quando il postfascista Antonio Pallante (così lo definisce un altro grande cronista, Gian Paolo Ormezzano) spara a Palmiro Togliatti il 14 luglio 1948. Le agitazioni provocano 15 morti. Ma se non succede di peggio, il merito è attribuito a Bartali che vince sui tornanti dell'Isoard.
Vergani cita Montanelli: "La vittoria di Bartali funzionò da calmante dei bollori, allentò la tensione, sviò l'attenzione. Ma la rivoluzione non sarebbe scoppiata in nessun caso", Togliatti non la voleva. Dopo l'operazione, Togliatti sussurrò: "Calma, nervi saldi" e chiese notizie di Bartali al Tour.
Il figlio di Bartali, Andrea, ha detto ad Ormezzano che suo padre aveva ricevuto sollecitazioni politiche "esplicite ed urgenti perché nel Tour ce la mettesse tutta", per dare "entusiasmi e divagazioni alla massa inquieta, sconvolta, irata degli italiani". Il 18 aprile la Dc aveva vinto le elezioni, 48,5% dei voti contro il 31 del Fronte popolare. Il primo gennaio era entrata in vigore la Costituzione, l'11 maggio Luigi Einaudi era stato eletto presidente della Repubblica.
Al Tour del 1949 risale la celebre foto di Bartali che passa a Coppi la sua borraccia. Ormezzano raccolse la testimonianza di chi la fece, Duilio Chiaradia della Rai: una messinscena per ricordare un gesto varie volte accaduto tra i due.

18/01/2010

Storie per sempre

Ricordiamo il dolore, dietro cerimonie e polemiche

 

Ebrei


Ebrei. Siano per sempre una spina del cuore e nella memoria, per tutti. Ci sono le giuste cerimonie, le necessarie polemiche. Ma non dimenticare altri piccoli particolari è necessario per capire non quello che è successo, ma il mistero dell'uomo.

Per miserabili premi, italiani come noi hanno tradito e consegnato l'ebreo perseguitato al destino del sacrificio. Per niente italiani come noi hanno agito a favore degli ebrei, li hanno salvati.

Questo mistero dell'uomo non è un'astrazione, è un fatto che tocchi con mano, oggi come ieri o l'altro ieri.

Incontro_papa_ebrei_2010


Ho già raccontato che un navigato intellettuale che guidava un'istituzione culturale cattolica, mi chiese una storia della presenza ebraica nella nostra città, per farne alcune conferenze. Che non potei tenere, qualcuno gliele "sconsigliò". Quella storia poi apparve sul settimanale cattolico della mia diocesi, ben accettata dal direttore che avevo informato della faccenda.

Lo ripeto non per parlare di un fatto mio, ma per constatare come ancora oggi in certi ambienti cattolici tradizionalisti si sia spaventati nel trattare di questi od altri argomenti.

Ho raccontato gesti di soccorso per gli ebrei durante la guerra. Ne ripropongo uno, pubblicato tre anni fa. Per non dimenticare. Sono storie per sempre.

I trentanove ebrei che Ezio Giorgetti ospitò nel suo albergo a Bellaria dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, riuscirono a salvarsi grazie a carte d'identità fornite loro da Virgilio Sacchini (1899-1994).
La vicenda ci è rivelata per la prima volta dalla dottoressa Patrizia Sacchini D'Augusta, nipote di Virgilio. Suo nonno in quei giorni era Commissario Prefettizio del Comune di Savignano sul Rubicone: «Era fascista, ma era anche un uomo buono ed estremamente generoso (con la sua Industria di Legnami e Imballaggi, prima che gli eventi bellici la distruggessero, aveva dato lavoro  a tanti Savignanesi ed era un padrone che rispettava profondamente gli operai) ed è per questo che né lui né gli altri membri della sua famiglia furono oggetto di ritorsioni da parte dei partigiani del luogo».
Virgilio Sacchini mise al corrente del suo intervento a favore degli ebrei 'bellariesi' soltanto il proprio figlio Marino.
Ascoltiamo ancora la dottoressa Patrizia Sacchini: «La storia mi è stata raccontata diversi anni fa da mio padre, Marino Sacchini, prendendo spunto da un articolo comparso sul Corriere di Rimini (29/09/1994). Alla fine della guerra mio nonno, Virgilio Sacchini, nato a Savignano sul Rubicone il 26 dicembre 1899, Cavaliere della Corona D’Italia, confidò a mio padre di avere aiutato quel gruppo di ebrei, nel 1943, a fuggire e a raggiungere il Meridione. Si diceva felice che tutto avesse avuto termine, poiché aveva messo a repentaglio, con il suo gesto, la sicurezza della sua famiglia».
Prosegue la dottoressa Sacchini: «Ezio Giorgetti (che, attraverso un amico comune, il Sig.Bertozzi, conosceva mio nonno) ottenne da mio nonno le famose carte d’identità in bianco che nel recente articolo pubblicato dal Corriere di Rimini in data 22/01/2007 risulterebbero essere state fornite dal Segretario Comunale di San Mauro Pascoli, Sig. Alfredo Giovanetti. Le carte d’identità appartenevano al Comune di Savignano sul Rubicone e mio nonno, pur correndo un serio pericolo, per il ruolo che ricopriva, non esitò a metterle a disposizione del gruppo di ebrei. Non so se questo fatto fosse noto al Maresciallo Carugno, al Sig.Giovannetti e a Don Emilio Pasolini, immagino che mio nonno avesse chiesto e ottenuto la garanzia del riserbo assoluto attorno al suo gesto. Mi fa immenso piacere offrire questo piccolo contributo alla vostra ricerca. Ricordo mio nonno sempre con tanto affetto e, da convinta antifascista, lo ringrazio di aver contribuito alla salvezza di quel piccolo gruppo di ebrei».
A parlare di carte d'identità fornite ad Ezio Giogetti da Alfredo Giovanetti fu la moglie dello stesso Giorgetti, Lidia Maioli nel volume curato da Bruno Ghigi nel 1980, «La guerra a Rimini», pag. 321.


Su Ezio Giorgetti, ecco una pagina che ho pubblicato nel 1989.

La storia che segue ha per protagonisti 39 ebrei, arrivati a Bellaria nell'albergo di Ezio Giorgetti dopo l'armistizio. Sono donne, uomini e bambini, originari della Germania, dell'Austria, dell'Jugoslavia e della Polonia, fuggiti l'11 settembre da un campo d'internamento veneto. Li ha mandati da Giorgetti una sua vecchia cliente, una contessa che da Asolo, dove abitava, aveva organizzato il viaggio di quel gruppo in camion fino alla Romagna.
«Arrivarono con una lettera di presentazione che li qualificava come 'profughi stranieri'. Li accolsi», testimoniò Giorgetti in un'intervista: «Solo dopo qualche giorno, visti vani tutti i loro tentativi di noleggiare una barca da pesca e di allontanarsi via mare, ci dichiararono di essere ebrei e di rimettersi nelle mie mani».
Chiedono un'ospitalità che per i padroni di casa significa rischio della vita. Solo una decina hanno i soldi per pagarsi la retta-sfollati. Giorgetti e la moglie, Lidia Maioli, li accolgono, li aiutano, ricorrendo per consiglio ed appoggio anche al maresciallo dei Carabinieri di Bellaria, Osman Carugno; al segretario comunale di San Mauro, Alfredo Giovannetti; al vescovo di Rimini, monsignor Vincenzo Scozzoli e don Emilio Pasolini.
Uno degli scampati, Leopold Studeny, definì Carugno «il nostro protettore in tutti i momenti». Giovanetti fornisce carte d'identità in bianco che sono intestate a nomi falsi. Come falsi sono i timbri apposti sui documenti: riproducono lo stemma del Comune di Barletta, che era stato occupato dagli alleati. Quei timbri li ha lavorati un incisore di Rimini, Pietro Angelini. Don Pasolini procura materassi, coperte, biancheria e pane biscottato preparato dalle suore Maestre Pie.
Dopo due mesi, all'albergo di Giorgetti arrivano i nazisti. Gli ebrei sono trasferiti di notte ad Igea Marina, alla pensione Esperia. Pure lì giungono i tedeschi. Altro spostamento alla tenuta Torlonia di Cagnona di Bellaria. E di qui, nel dicembre 1943, per un'altra requisizione nazista, i profughi scappano alla pensione Italia di Gino Petrucci, dove sono presentati come «italiani all'estero» sfollati all'ultimo momento.
Gli alleati s'avvicinano, ma i sospetti di fascisti e nazisti aumentano. Gli ebrei, su consiglio di Carugno, decidono di inoltrarsi verso l'interno, a Madonna di Pugliano (Pesaro).
Nel settembre 1944, ad un anno dall'inizio della loro odissea, sono liberati dagli alleati, e trasferiti a Roma, dove rimangono sino al 2 giugno 1945, quando sono portati all'Ufficio trasporti di Riccione.
Carugno e Giorgetti saranno definiti in Israele «Giusti fra le genti».
«Polizia e carabinieri, nella nostra zona (da Viserba a Torre Pedrera) non si sono mai affannati per collaborare con gli occupanti», dice Guido Nozzoli, ricostruendo i momenti della clandestinità: «Per esempio, la squadra politica del Commissariato, come potemmo accertare dopo la Liberazione, aveva localizzato» un recapito dei Gap nei pressi di Torre Pedrera, «ma non venne mai a bussare a quella porta e non trasmise l'informazione né alla gendarmeria tedesca né alla sede del fascio. Neppure i Carabinieri, a cui era affidato il compito di reperire disertori e renitenti alla leva... se la son presa troppo calda». [Da «Rimini ieri. Dalla caduta del fascismo alla Repubblica, 1943-1946» di Antonio Montanari, ed. Il Ponte, Rimini 1989, pp. 94-95.]

"Aspetti di vita ebraica a Rimini" si legge anche qui.

[18.01.2010, anno V, post n. 26 (1117), © by Antonio Montanari 2010. Mail.]

Divieto di sosta. Antonio Montanari. blog.lastampa.it
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